C’è una parola che si usa sempre meno, non perché sia caduta in disgrazia ma perché il concetto che rappresenta è diventato ingombrante: eleganza. Non eleganza come lusso, si intende, quella resiste, anzi prolifera, con le sue griffe costose e le sue vetrine illuminate.

L’eleganza come disposizione interiore, come cura che si riserva alla forma delle cose, alla scelta delle parole, al modo in cui ci si presenta al mondo sapendo che il mondo, in fondo, merita una certa considerazione.

Questa eleganza sta diventando rara e la rarità è già abbastanza per preoccuparsi.

La preoccupazione nasce dall’osservazione di un fenomeno preciso: il cattivo gusto non è più soltanto diffuso, è diventato proposta estetica, è diventato stile.

Intendiamoci, il bello non ha mai goduto di buona salute democratica. Ma ciò che distingue il presente non è la bruttezza in sé, quella è antica quanto l’uomo, bensì la rivendicazione della bruttezza come libertà. Come se rinunciare alla forma fosse un atto di coraggio e curarsene una forma di sudditanza.

E veniamo alla medicina estetica, perché è qui che il discorso sul gusto si fa più acuto, più istruttivo.

La medicina estetica nasce con un’ambizione precisa: correggere ciò che il tempo o la natura avevano disposto in modo non gradito al paziente. Un’ambizione legittima, si dirà, e lo è. Il problema non è mai nei principî ma nella loro applicazione. E l’applicazione, negli ultimi anni, ha preso una direzione che merita di essere guardata con l’attenzione e la pazienza di chi vuol capire.

Quello che si è verificato è curioso nella sua prevedibilità: la medicina estetica, da disciplina specializzata, è diventata un’area di conquista.

Medici di ogni formazione vi si sono affacciati con la naturalezza di chi apre una finestra per prendere aria. Spesso senza una formazione specifica. Spesso con un corso di un fine settimana alle spalle, sufficiente a procurarsi i prodotti ma insufficiente a capire davvero ciò che si sta facendo.

Ma è la guerra dei prezzi il fenomeno che più si presta all’osservazione. Perché è qui che la logica del mercato mostra il suo volto più ingenuo, ovvero libero da qualsiasi vincolo di competenza o di responsabilità.

Un filler che una clinica specializzata esegue a un certo costo, una struttura improvvisata lo propone a un terzo del prezzo. Il paziente, chiamiamolo così, anche se spesso si preferisce chiamarlo cliente, il che è già un segnale, sceglie il prezzo. È umano. È razionale. Quello che non è, è saggio.

Perché il prezzo basso non è mai neutro. Racconta sempre qualcosa: racconta un risparmio sulla formazione, o sui materiali, o sul tempo dedicato alla valutazione del caso, o su tutte e tre le cose insieme.

Il medico che pratica medicina estetica a prezzi da supermercato non è necessariamente disonesto. Può essere semplicemente un dilettante convinto di essere un professionista, il che, dal punto di vista dei risultati, produce esiti identici. E i risultati, infatti, si vedono.

Si vedono nei volti che appaiono gonfi in luoghi imprevisti, nelle labbra che hanno perso ogni proporzione con il resto del viso, nelle sopracciglia che esprimono un’emozione sola e permanente. È una forma di omologazione involontaria: migliaia di persone che cercavano di migliorare il proprio aspetto e hanno finito per assomigliarsi in una bruttezza condivisa.

Si crea, insomma, un nuovo brutto. Non il brutto naturale, che ha sempre una sua dignità poiché risponde a una logica, quella del tempo, della genetica, dell’espressione. Ma un brutto artificiale, costruito con competenza insufficiente e materiali a basso costo, che porta su di sé la firma inconfondibile dell’improvvisazione.

La medicina estetica mal praticata racconta di una società che ha perso la pazienza necessaria per distinguere chi sa da chi crede di sapere, e che ha affidato il proprio volto alle mani di chiunque abbia una siringa e un listino prezzi competitivo.

La raffinatezza del gusto, e qui torniamo al principio, non è innata. Si apprende, si coltiva, si tramanda. Un medico che si forma davvero in medicina estetica impara non soltanto le tecniche ma anche l’occhio: quella capacità di vedere un volto nella sua armonia complessiva, di capire dove intervenire e, soprattutto, dove non farlo.

L’eleganza, in medicina come nell’arte, sta spesso nella rinuncia. Nel sapere che meno è più e che la proporzione vale più della correzione.

Questo occhio non si acquisisce in un corso di un fine settimana, richiede anni e quella serietà che il mercato al ribasso non può permettersi di praticare, perché la serietà costa, in tempo, in denaro e in competenza, e il costo si rifletterebbe nel prezzo.

È un circolo vizioso che il buon senso individuale fatica a spezzare ma il buon senso collettivo, le leggi, le istituzioni, gli ordini professionali, potrebbe farlo. Se solo si decidesse che la bellezza è una questione abbastanza seria da meritare regole serie.

Concludo con un’osservazione che non vuole essere consolatoria ma semplicemente onesta. Il bello non è mai completamente scomparso.

Ci sono medici estetici straordinari, formati con rigore, capaci di un risultato che non si vede perché assomiglia alla natura. Ci sono persone che curano il proprio aspetto con discrezione e intelligenza. Ci sono ancora parole scelte con cura, gesti misurati, spazi abitati con grazia.

Ma sono diventati l’eccezione che si nota proprio perché è eccezione.

E forse questo è il vero segnale: quando l’eleganza sorprende, quando la competenza meraviglia, quando il bello ci colpisce come qualcosa di inatteso, significa che la soglia si è abbassata. Che ci siamo abituati a qualcosa di meno.

Abituarsi a qualcosa di meno è una forma di rassegnazione molto silenziosa. Non fa rumore. Non si annuncia. Avviene per gradi, e ogni grado sembra accettabile perché si parte dal grado precedente.

È così che si perde il gusto per il bello: non tutto insieme ma una piccola rinuncia alla volta.

La domanda, alla fine, non è se il bello sia ancora possibile. Lo è, certamente.

La domanda è se siamo ancora disposti a pagarne il prezzo, in attenzione, in tempo, in competenza e in quella cura per la forma delle cose che è la prima, necessaria condizione dell’eleganza.

Franca Maresca

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